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apr
23

GRAVISSIMO ATTENTATO AI DIRITTI DEI LAVORATORI ALL’AUCHAN DI TORINO !!! UN ALTRO CASO FIAT!!!

AGGIORNAMENTO DEL 26 APRILE

Il progetto Auchan Torino sta proseguendo: alcuni lavoratori sono stati infatti trasferiti nelle sedi di Venaria e Rivoli. Il tutto è avvenuto:
  • senza una lettera di trasferimento
  • senza l’accordo con i lavoratori coinvolti
  • senza una data di inizio e fine trasferimento
  • senza, fatto ancor più grave, una comunicazione preventiva alle RSU.

  • L’azienda ha inoltre espresso verbalmente la decisione di non voler più mantenere rapporti con le RSU, questo soprattutto in seguito alle decisione presa dall’assemblea dei lavoratori, di respingere la richiesta di soppressione della maggiorazione dovuta per il lavoro domenicale.



    23 APRILE

    A fine febbraio 2012 è stata recapitata una richiesta di incontro alle organizzazioni sindacali, rappresentanti i lavoratori dell’Iper AUCHAN TORINO in Corso Romania, tra gli stessi e l’azienda con allegata una raccolta firme sulla quale i firmatari dichiaravano di essere disposti a rinunciare a parte del proprio reddito a favore dell’azienda.
    I firmatari dichiaravano, precisamente, di essere disposti a rinunciare alla pause durante il lavoro, alla maggiorazione del 100% prevista dal contratto integrativo ex-Rio ed al buono pasto.
    Con lo stesso documento veniva anche richiesto ai sindacati di rinunciare alla difesa degli elementi sopraddetti.
    In pratica lavoratrici e lavoratori firmatari si schierano con l’azienda contro le rappresentanze sindacali, colpevoli di non capire la “drammaticità della situazione”.

    Tutto corretto? Ci permettiamo di dubitarne.

    In primo luogo non può non risultare evidente agli occhi di tutte e di tutti che l’appello che è circolato rappresenti totalmente la posizione presentata dall’azienda all’unico fuggevole tavolo aperto negli ultimi due anni. Corrispondenza di amorosi sensi? Telepatia? O non è piuttosto che l’appello sia stato confezionato in direzione? Non possiamo e non potremo mai provarlo e l’azienda smentirebbe immediatamente di averlo fatto, ma questo è il gioco delle parti e ci siamo abituati…Certo che il dubbio rimane.
    In secondo luogo ci risulta che il vettore fisico della circolazione dell’appello siano i secondi di reparto o meglio alcuni di loro, convinti delle buone ragioni aziendali. In qualche misura queste persone rappresentano, di fatto, l’azienda agli occhi di lavoratrici e lavoratori a cui si rivolgono. Siamo uomini d’onore e così crediamo degli altri e quindi non vogliamo pensare che la richiesta della firma sia accompagnata da atteggiamenti minacciosi o ricattatori. Cionondimeno il fatto stesso che un superiore in grado richieda ad un subordinato qualcosa, mette immediatamente quest’ultimo in posizione di inferiorità. Quanta libertà è presente in una firma davanti ad un superiore?
    In terzo luogo abbiamo l’impressione che tra i lavoratrici ed i lavoratori dell’Iper venga alimentato un equivoco che potrebbe portare qualcuno a fare scelte sbagliate; l’azienda vuole legare tra di loro l’indubbio risparmio che essa farebbe cancellando il contratto ex-rio (e quindi abbattendo il nostro reddito) e la situazione di difficoltà in cui versa Auchan Torino.
    Peccato che le due cose non c’entrino nulla tra di loro; Auchan Torino non è in crisi, visto che fino ad ora continua a denunciare utili minimi, ma pur sempre utili. Tutte e tutti devono sapere che nessuna azienda in attivo può dichiarare lo stato di crisi. Per il resto, Auchan Torino ha difficoltà di genere, diverse da quelle che riguardano il nostro contratto. Sono difficoltà legate alla perdita di clientela, alla concorrenza tra Iper, alla necessità di rinnovare l’offerta.
    “Ora lo stanno facendo” dirà qualcuno, “Bene” risponderemo noi, “..ma perché lo devono fare a nostre spese cancellando il contratto ex rio?”.

    Un’ultima precisazione per chi pensa di garantirsi il futuro: l’azienda, anche nel malaugurato caso della dichiarazione di stato di crisi in un prossimo futuro, non potrà fare quello che vuole, salvare chi si piega e dannare chi ha la schiena diritta. Sia la cassa integrazione (con eventuale accordo per la solidarietà), che la mobilità prevedono un accordo sindacale tra l’azienda e la rappresentanza sindacale; laddove non si arrivasse ad un accordo si seguirebbero i criteri di legge, che non dividono i dipendenti tra fedeli e no.

    Quindi sia chi ha firmato perché impaurito, sia chi lo ha fatto sperando in futuri vantaggi lo ricordi: non è detto che i primi a “finire male” saranno quelli che hanno saputo tenere la schiena diritta.


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